Kate Moss e lo Slip Dress: L’icona degli anni ’90 che ha ridefinito l’estetica Grunge

Dalla controcultura di Seattle alle copertine dei fashion magazine: come una sottoveste in seta, indossata con apparente noncuranza, è diventata il simbolo di una nuova femminilità, tra minimalismo, sensualità e ribellione.

Kate Moss e Naomi Campbell

Seattle prima della moda

Il grunge nasce come un rumore, non come un’immagine. Nella Seattle degli anni Ottanta una scena di band di provincia, quasi sempre senza soldi, si raccoglie attorno a Sub Pop, l’etichetta fondata nel 1986 da Bruce Pavitt e Jonathan Poneman. A Mark Arm, voce dei Green River e poi dei Mudhoney, si attribuisce l’uso della parola “grunge”, che significa sporcizia e che lui adoperava in tono tutt’altro che celebrativo. Sub Pop la fa propria, promuove la città sulla stampa musicale inglese e costruisce l’idea di una scena compatta. I Nirvana pubblicano Bleach nel 1989. Nel settembre 1991 Nevermind, per la major DGC, finisce per scalzare Dangerous di Michael Jackson dal vertice della classifica Billboard. Con i Pearl Jam e i Soundgarden, la periferia diventa centro.

Kurt Cobain

Un guardaroba nato dal freddo

Ciò che il mondo chiamerà stile grunge è prima di tutto una questione di clima e di portafoglio. A Seattle fa freddo e piove, e la flanella a quadri è un indumento da lavoro caldo ed economico, che si trova nei mercatini dell’usato dove un musicista al verde può permetterselo. Tad Doyle, cantante dei Tad, ricorda che da quelle parti la si portava molto prima che esistesse il grunge. A questa base si aggiungono jeans strappati, scarponi, berretti di lana, capelli lunghi e non lavati: un aspetto trascurato che era anche un rifiuto delle esibizioni sfarzose dell’hair metal.

Le donne della scena aggiungono un’altra grammatica. Courtney Love e Kat Bjelland, dei Babes in Toyland, mescolano abitini da bambola anni Cinquanta con sottovesti portate sopra i vestiti, nel look che prenderà il nome di kinderwhore. Quando il New York Times dedica un pezzo allo slang di Seattle, il lessico che riceve è in realtà uno scherzo inventato da Megan Jasper, allora a Sub Pop: il mondo voleva il grunge più di quanto volesse capirlo.

Il trucco di chi non si è truccato

Il make-up grunge è l’assenza di make-up fatta con cura. Pelle opaca e pallida, labbra in toni neutri o appena scuri, e sugli occhi una matita nera sfumata con il dito, come se avesse dormito addosso. Courtney Love porta l’idea al limite con rossetto e matita volutamente sbavati, un trucco che sembra interrotto a metà. Winona Ryder, nello stesso periodo, alterna visi quasi nudi a occhi affumicati e labbra rosa naturali. Il principio è sempre lo stesso: l’imperfezione è una dichiarazione, e conta più della bellezza.

La moda scopre il grunge, e lo uccide

Nel novembre 1992 Marc Jacobs porta tutto questo in passerella per Perry Ellis, e la critica lo punisce. Nello stesso periodo Steven Meisel e Grace Coddington mettono il grunge su Vogue America, nel servizio “Grunge & Glory”. Jacobs manda i campioni a Kurt Cobain e Courtney Love, che, ha raccontato lei, li bruciano. Pochi mesi dopo una rivista di New York titola “Grunge: 1992-1993, R.I.P.” e Cobain viene fotografato con una maglietta che dichiara morto il grunge. Il grunge diventa un abito in vendita nel momento in cui chi lo portava per necessità lo rifiuta.

Kate Moss, e il grunge visto da Londra

A questo punto la moda cerca un volto, e lo trova a Londra. Moss, già fotografata ancora adolescente da Corinne Day per The Face nel 1990, nel 1992 diventa il volto di Calvin Klein e sfila per Jacobs nello show di Perry Ellis. Non suona e non canta: il grunge, per lei, è un modo di stare in una fotografia. Canotte, camicie di flanella, onde non spazzolate, la matita sfumata sulla rima interna, il viso nudo.

Poi la sottoveste. Nel settembre 1993, all’Hilton di Londra, Moss indossa un abito di Liza Bruce in lamé argentato, con un perizoma nero, il viso scoperto, una sigaretta. L’idea della sottoveste, già nel guardaroba di Love e Bjelland, esce dalla scena rock e diventa un codice di eleganza.

Kate Moss slip dress

Heroin chic, l’ombra del grunge

Nel giugno 1993 Day ritrae Moss in lingerie per “Under-Exposure”, su British Vogue, in un appartamento disadorno. I tabloid parlano di eroina e di pedofilia. L’etichetta heroin chic nasce qui, dopo i nomi di waif e di grunge. Pescava in un immaginario che la cronaca della scena aveva già alimentato: nell’estate 1991 la dipendenza di Cobain dall’eroina era finita sotto i riflettori dei media.

Alla fine del decennio la questione arriva alla Casa Bianca. Moss ha raccontato di aver ricevuto insulti dai genitori di ragazze anoressiche. La sua immagine era un’altra idea di bellezza, ma anche un modello che altri hanno imitato senza capirne il costo.

Moss non ha inventato il grunge. L’ha portato dove i Nirvana non l’avrebbero portato, dalle strade di Seattle alle campagne di Calvin Klein e agli abiti da sera. In quel passaggio ha perso la ruvidezza della necessità e ha guadagnato una durata: occhi affumicati e slip dress tornano a ogni stagione, e lo show di Gucci ha rimesso in passerella Moss in persona.